Recensione libri: enakapata

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qui la recensione

Cosa ha spinto un uomo napoletano, un sociologo a lasciare per un mese il suo lavoro, le sue abitudini i suoi affetti più cari per trasferirsi in Giappone ad intervistare, a scoprire, ad annusare condividere e integrarsi in un mondo completamente diverso dal suo?


La soluzione, a questa domanda, in questo libro Enakapata, scritto da Vincenzo e Luca Moretti, padre e figlio Già ma cosa vuol dire enakapata e perché? Enakapata è un verso nippo napoletano inventato dagli autori, che vuol dire è una capocciata, una cosa da urlo, uno sballo qualcosa di diverso dall’ordinario, qualcosa che ti fa capire quello che avevi sotto il naso ma non avevi mai riflettuto.


Ne esce fuori un diario, il racconto di una vita, un grido di dolore, un grido di conforto e di smarrimento e di ritrovamento, quasi un urlo di speranza verso il futuro.


Ho intravisto un doppio livello di lettura in questo libro: il primo come fanno gli scienziati a scoprire l’imponderabile, il secondo livello è solo vivendo intensamente che possiamo realizzarci

Il professore Vincenzo Moretti ci rassicura e ci tranquillizza Tutto funziona per genio e per caso.

L’importante è capire, dare un senso ad un insieme di flussi che ci travolgono, ci invadono ci sfiorano, ci arricchiscono.

Un po come vivere in un ambiente straniero ostile e completamente diverso dal nostro e dare un senso a ciò.


Il libro ci indica due vie la prima razionale la seconda ancora da studiare: imparare linglese e scoprire che non di grandissima utilità per la vita quotidiana giapponese, la seconda aiutarsi con il genius napoletano, il tutto condito con un metodo di lavoro straordinario: 17 ore filate di lavoro come un vero giapponese.

Tutto ciò si scopre leggendo Enakapata, storie di strada e di scienza da Secondigliano a Tokyo.

Alla fine del libro due domande:

la prima: che tipo di diario poteva scrivere un ipotetico scienziato giapponese in missione in un centro di ricerca napoletano.

La seconda: Paghiamo per dieci anni una ventina di alte teste giapponesi pensanti e mettiamoli al servizio della ricerca italiana ne uscirà qualcosa di diverso oppure no?


Maggiori informarzioni

 

 


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