Cuccaro Vetere: La differenziata in tandem uomo-asino

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Cuccaro Vetere, via i compattatori: contro la crisi, differenziata con l'asino

In Cilento due ciuchini della Pro loco hanno sostituito i mezzi meccanici per la raccolta porta a porta

Cuccaro Vetere – Che ci fanno due asinelli in giro per le vie di Cuccaro Vetere? La raccolta differenziata. Già, l’asino, da quasi trent’anni protagonista indiscusso del tradizionale «Palio del ciuccio» ora si appresta anche a diventare il simbolo dell’ambientalismo più spinto del piccolo borgo cilentano. Qui, l’amministrazione comunale guidata da Aldo Luongo, qualche mese fa, seguendo consigli del collega Mario Cicero — sindaco di Castelbuono in provincia di Palermo alla ribalta nazionale per gli asinelli utilizzati per la raccolta dei rifiuti — ha pensato che in quelle strette viuzze del centro storico, erano molto più estetici e funzionali i "ciucci"che i camioncini.

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L’olivo pisciottano

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Pisciotta si coltiva un tipo di oliva unico proveniente da lasciti dei  greci antichi.

Sto parlando dell’olivo, pianta che, ancor più della vite e del grano, scandisce la storia dei popoli gravitanti nell’area del Mediterraneo, dal momento che esso, molto prima di veder riconosciuta la sua importanza come indispensabile fonte di nutrimento, era considerato simbolo di pace, di trionfo, elemento di spicco in cerimonie religiose e pubbliche, medicamento dalle molteplici applicazioni.

Il Cilento si presentò, allora, come il luogo ideale per lo sviluppo di questa pianta che nel tempo si è differenziata in numerose varietà, diffusesi poi in tutta la Campania.

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A Pisciotta scopro una di queste varietà, vale a dire gli alberi che danno origine all’oliva detta Pisciottana, unico tipo di oliva presente sul territorio del comune.

 

Il paese compreso nel versante marino del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, riassume le caratteristiche tipiche di molti paesi del Cilento, costituiti da due agglomerati nettamente distinti: un borgo arroccato su di un colle e un villaggio, Marina di Pisciotta, costruito sulla costa attorno ad un piccolo porto che si protende verso il mare. In questo piccolo comune di circa 4.000 abitanti si coltiva una varietà davvero unica di olivo, la cui principale caratteristica, oltre all’alta resistenza alla siccità è rappresentata dalla incredibile longevità: molti degli ulivi presenti in zona sono, infatti, ultra-secolari.

Le piante sono molto vigorose e presentano una chioma molto folta, si caratterizzano, inoltre, per la buona produttività. I frutti, raccolti ancora a mano, e utilizzati per la produzione dell’olio locale, dal sapore armonico e lievemente fruttato, oltre che nella produzione dell’Olio Extravergine di Oliva Cilento DOP sono di colore variabile dal verde al violaceo nero, presentano una forma allungata e leggermente asimmetrica e sono di piccola dimensione (inferiore a 2 g). Le olive vengono, inoltre, ancora oggi preparate sott’olio secondo un’antica ricetta, dalla lavorazione molto elaborata e dagli ingredienti molto particolari. Le olive verdi vengono raccolte, lavate con acqua abbondante e depositate in una bacinella, nella quale si aggiungono calce in polvere e cenere; bisogna, poi, ricoprire il tutto con abbondante acqua.

La bacinella deve riposare così per 48 ore, fino a quando il tutto viene scolato e lavato; il passaggio successivo consiste nel lasciare macerare per 24 ore le olive in un recipiente di argilla con sale ed alloro, dopodiché le olive vengono scolate ed adagiate su una spianatoia di legno o di pietra e schiacciate con un matterello di legno, in modo tale che anche i noccioli vengano via. Una volta schiacciate, le olive, raccolte e sistemate in un contenitore di vetro, vanno pressate con le mani, condite con peperoncino piccante ed altri aromi e ricoperte di olio extravergine di oliva. Un piatto sfizioso e salutare che racchiude in sé l’antico sapore della Grecia.

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dieta mediterranea: patrimonio dellumanità lotta con la Francia

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Sarà un duello rusticano dal 14 al 19 novembre a Nairobi in Kenya fra dieta mediterranea e cucina francese per diventare "patrimonio mondiale culturale" dell'Umanità del l'Unesco. Questi due stili alimentari sono infatti candidati, così come il tango spagnolo e il teatro dei pupi siciliani, nella lista che comprende il patrimonio immateriale. Al di là del risultato, tra le due proposte ci sono però differenze macroscopiche.

La cucina d'Oltralpe infatti corre da sola, sostenuta dal presidente Sarkozy, per rinforzare quel blasone e quella leadership mondiale oggi traballante. Insomma una rivendicazione di orgoglio nazional-gastronomico che l'Italia invece non ha messo in mostra. In Francia (presuntuosa in cucina e in cantina), non sono mancate le polemiche di un pubblico attento alle vicende gastrovinicole: c'è infatti chi ha contestato la candidatura sostenendo che così facendo si rischia di museizzare o imbalsamare la grande «cuisine de France».

L'Italia al contrario, paese delle tante cucine, timidamente non ha voluto presentare all'Unesco la propria identità culinaria. Ha preferito allearsi con Spagna, Marocco e Grecia per rivendicare la bandiera della dieta mediterranea che, una volta ottenuto il sì dell'Unesco , dovrà condividere con paesi che non hanno alcuna parentela di cucina e di prodotti.

È sufficiente lo stile di consumo e la fruizione del cibo per giustificare l'ammucchiata ? C'è da chiedersi se i territori italiani si riconoscono nella dieta med e soprattutto se sono soddisfatti di essere a braccetto con le produzioni concorrenziali di Spagna, Marocco e Grecia (si pensi al tanto deprecato olio d'oliva extravergine taroccato , spacciato come made in Italy ) e con piatti così diversi dalle tante varietà regionali (forse anche provinciali e comunali ) italiane.

È un peccato che l' Italia, in un momento in cui la cucina, a livello internazionale ha consensi più ampi del passato, non abbia avuto il coraggio di candidare la propria identità.

 

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Casalvelino: tra i migliori oli dItalia

DOP

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Nel numero di Novembre 2010 la rivista Gambero Rosso ha selezionato, tra i migliori oli d'Italia, quello dell'Oleificio Pietra Bianca di Casalvelino Marina, in provincia di Salerno, nel Parco Nazionale del Cilento. Per rimarcare la qualità del prodotto nostrano lo hanno classificato come Anteprima 2010 100% italiano fruttato medio poichè, saggiato a pochi giorni dalla spremitura, non poteva avere punteggio.

 

 

E' stato definito una sorta di esperimento ottenuto da olive della varietà Frantoio e Leccino e dagli assaggiatori esperti è stato descritto di colore verde carico; all'olfatto spicca netta la componente vegetale, con sentori di clorofilla, mandorla, carciofo, ma anche di verdura cotta, con una chiusura dolce. All'assaggio si rivela non del tutto equilibrato, poco amaro e molto piccante, con un ritorno verso la nota dolce.

 

 

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stio 23° sagra della castagna

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Dal 30 ottobre al primo novembre a Stio ventitreesima festa della castagna

La sagra si svolge nello splendido borgo medioevale conservato egregiamente dal caratteristico comune cilentano noto anche per la bontà delle sue castagne. Le serate saranno ricche di degustazioni a base di castagne e prodotti tipici della più tradizionale gastronomia contadina del Cilento

 

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Morigerati: il paese-albergo

DOP

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IL "PaeseAmbiente" Morigerati, nell'entroterra del golfo di Policastro (a pochi chilometri da Maratea e Palinuro), apre il suo uliveto comunale di 5.000 alberi piantati su 20 ettari di terreno demaniale per sette week-end e invita gli ospiti del paese-albergo a raccogliere le olive, portarle al frantoio per poi tornare a casa con il proprio olio d’oliva extravergine spremuto a freddo. Morigerati ha scelto come modello di sviluppo il turismo e l’agricoltura di qualità (olio, fico bianco del Cilento DOP, salumi, formaggi, miele, vino) e ha convertito parte delle sue case all’ospitalità sostenibile.

 

Informazioni

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cilento vino secessionista

vino
Dalle colline cilentane arriva l'aglianico secessionista: si chiama «Proclamo»

 

di Luciano Pignataro

– Ed ecco l’Aglianico secessionista. Ci mancava. Si chiama «Proclamo» ed è dedicato ai moti cilentani del 1828 contro Francesco I da cui nacque la lunga epopea del brigantaggio contadino: prima contro i Borbone, poi per resistere alle truppe piemontesi.

Il vino è di Raffaele Marino, storico produttore appollaiato sulle colline di Agropoli, le cui bottiglie identificano la doc Cilento in cui, sicuramente più di altri, ha sempre fermamente creduto dopo aver ottenuto il riconoscimento dal ministero.

Vino identità di un territorio? Di un modo di sentire? In effetti è questo lo slogan preferito dai nemmeno troppo sofisticati studi di comunicazione impegnati a promuovere la viticoltura italiana in crisi con le trovate più assurde e incredibili, il tema di migliaia di inutili convegni organizzati dalle Alpi alle Nebrodi. Anche perché poi gran parte dei produttori insegue invece il modello internazionale concentrato, dolce e marmellatoso, imposto dallo stile anglosassone di bere fuori dai pasti, per battersi sui mercati mondiali contro la concorrenza di californiani, cileni e australiani.
«Proclamo» non è però banale trovata pubblicitaria. Non solo questo, almeno. È anche un segnale del comune sentire cilentano, quella voglia di distacco, di secessione dalla Campania maturata negli ultimi anni.

Già, fino a non molto tempo fa solo qualche sperduto comitato attorno al Gelbison sostenuto dallo storico locale vagheggiava il distacco dalla Campania. Ma, soprattutto dopo la crisi della munnezza, sono sempre più numerosi coloro i quali vedono nella vicina Basilicata la panacea di tutti i mali, tanto che alcuni comuni limitrofi nel Vallo di Diano, lì dove scorre (si fa per dire) l’autostrada Salerno-Reggio, hanno organizzato referendum per cambiare regione.
Del resto gli antichi romani, che di gestione amministrativa dei territori erano grandi maestri, avevano fissato a Eburum, Eboli, il confine tra la Campania felix e la Lucania. La nascita e lo sviluppo del Parco ha poi di fatto alimentato un senso di appartenenza cilentano sempre più diffuso sfociato anche in episodi, goliardici ma significativi, come il manifesto contro i turisti napoletani affisso proprio ad Agropoli qualche tempo fa.

La magia del vino è interpretare l’anima di chi lo beve. Per questo non troverete mai poeti del latte, della birra o di altre bevande, solo scrittori come Bukowski e Hemingway per i loro superalcolici. Non è possibile capire la Sicilia senza il Nero d’Avola, le Langhe senza il Nebbiolo, la Calabria senza il Gaglioppo, e il Sud interno, «l’osso» di Manlio Rossi Doria, senza l’Aglianico. È in questa diversità la forza vitivinicola dell’Italia. Il regno dell’Aglianico inizia a Roccamonfina tra Lazio e Campania e termina nel Vulture, tra Campania, Puglia e Basilicata. Entrambi vulcani spenti, entrambi ricchi di acque minerali famose.

Dopo l’Irpinia e il Vulture, proprio il Cilento è stato la zona vitivinicola che ha mostrato di crederci con più determinazione. Un rosso che sin dal gusto manifesta la sua voglia di secessione: è più rotondo, meno acido (fresco in termini tecnici) perchè il Cilento, a differenza del resto della regione, non ha origini vulcaniche. Secessione anche geologica, allora, questa è sicura.
L’Aglianico ha una caratteristica che lo iscrive di ufficio tra le grandi uve: non ha paura del tempo, lo adora, si esalta anzi con il trascorrere degli anni sino a regalare grandi emozioni anche dopo mezzo secolo. Di più: Mastroberardino ha appena fatto una degustazione in America con un 1928!

Ecco perché, e qui c’è la novità enologica, «Proclamo» non è un vino secessionista qualunque, ma il primo «Aglianico riserva» ufficialmente in commercio dopo il via libera del ministero. Certo, l’annata è la 2007, in pratica ancora un ragazzino. Chissà se, quando sarà adulto, la voglia di secessione del Cilento sarà davvero realizzata o se, invece, sarà solo testimonianza dell’ennesimo progetto enunciato, agognato, sognato, immaginato. E naturalmente non realizzato perchè delegato ad altri.

fonte

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