opere di misericordia

La professoressa di italiano di mia figlia dodicenne ha chiesto di ricercare le opere di misericordia.

Ho fatto notare a mia figlia che non vengono studiate oramai da anni.

Ho cercato su wikipedia e ho scoperto una cosa interessante conoscevo le opere di misericordia corporali e non quelle spirituali..

Vi propongo di leggere

Le sette opere di misericordia spirituale

1. Consigliare i dubbiosi.

2. Insegnare agli ignoranti.

3. Ammonire i peccatori.

4. Consolare gli afflitti.

5. Perdonare le offese.

6. Sopportare pazientemente le persone moleste.

  1. Pregare Dio per i vivi e per i morti.

Per quanto ne so io, le opere di misericordia spirituale sono un’invenzione del clero (anche se devo ammettere che sono molto evocative: “sopportare pazientemente le persone moleste” è un capolavoro), mentre quelle di misericordia corporale trovano un riferimento in un passo del vangelo di Matteo (XXV, 31 ss.).


Tralasciamo lultimo e leggiamo gli altri. Nellattuale società liquida, insicura, in crisi perenne più che opere di misericordia mi sembrano punti irrealizzabili.

Ps senza intenzione di offendere chi crede veramente personalmente mi resta difficile riuscire a non trovare in questo periodo milioni di dubbiosi di peccatori di afflitti di persone moleste. Forse è colpa della società o forse sono io che ho una visione particolare del mondo. Cosa ne pensate? scrivetemi

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Nuovi soggetti sociali: i digitali

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Nuovi soggetti sociali

Nella mappa variegata della nostra società, si va profilando un nuovo paradigma: cioè un insieme di elementi, di caratteristiche, di modi di pensare e di vivere che contraddistinguono un nuovo gruppo sociale, sempre più vasto e distinto di persone: soprattutto giovani, ma non solo giovani; non solo disoccupati, ma soprattutto disoccupati. Ne abbiamo già accennato nella prima parte; qui vale la pena di parlarne con qualche dettaglio in più.

Se dovessi dare un nome a questo nuovo «soggetto collettivo», fatto di persone che la pensano più o meno allo stesse modo, lo chiamerei appunto «digitale» in onore di Nicholas Negroponte e di Bill Gates che, in un certo senso, ne sono i profeti e gli antesignani.

Ciò non significa che i «digitali» si distinguono soltanto per la loro identificazione quasi maniacale con il computer, con la posta elettronica e con Internet: significa che il computer e Internet sono il loro segno distintivo così come la televisione è stato il segno distintivo della generazione che si è identificata nei mass media e così come la

catena di montaggio fu il segno distintivo della generazione che si identificò nella fabbrica.

Molti altri caratteri specifici connotano il modo di vivere e di pensare dei «digitali»: la soddisfazione per la conquistata ubiquità, grazie alla potenza dei mezzi planetari di comunicazione e di trasporto; la dimestichezza con la virtualità, che rende i loro rapporti sempre più astratti e arricchisce i loro sensi di nuove dimensioni; la fiducia nellingegneria genetica, che consente di modificare il corpo umano e il suo destino biologico; laccettazione dellandroginìa e della femminilizzazione, grazie alle quali i generi sono posti sullo stesso piano e ciascuno di essi acquisisce valori che prima erano monopolizzati dallaltro; la consapevolezza che il tempo libero ha importanza almeno pari al tempo di lavoro e che lozio è spesso più creativo dellattivismo.


I «digitali» condividono tutte queste novità e altre ancora: sono molto attenti allecologia e tendono a uno sviluppo sostenibile; accettano con entusiasmo la multirazzialità, la convivenza pacifica delle culture e delle religioni; amano la notte almeno quanto il giorno e non fanno troppa differenza tra i giorni ufficialmente festivi e quelli ufficialmente feriali. A differenza dei loro genitori, che avevano più zii che nomi, i «digitali» hanno più nonni che zii.

I «digitali» sono già abituati a confondere le attività di studio, di lavoro e di tempo libero: la frequente consuetudine con la disoccupazione li ha abituati a coniugare spezzoni di lavoro casuali con fasi di studio più intenso, con viaggi, con la cura della famiglia e del gruppo amicale. Perciò essi tendono a parlare più lingue, soprattutto linglese, e tendono a comunicare per mezzo di «nuovi esperanti» come la musica, rock, larte post-moderna, la disinvoltura dei rapporti sessuali, lassenza di ideologie forti. Hanno preferenze spiccate per determinate riviste, determinati cantanti, determinati artisti, in cui si identificano.

I «digitali» sono spesso disoccupati, ma colti e agiati. Vivono attingendo al patrimonio familiare: perciò tendono a dare poca importanza al denaro come fine a se stesso e poca importanza al consumo come sintomo di status. Curano il proprio corpo ma non lo arredano in modo costoso, preferendo «ciò che si è» a «ciò che si appare».

I «digitali» sono una «cultura». Anzi, una controcultura oziosa e creativa rispetto alla cultura impiegatizia e manageriale, frenetica ed esecutiva.


Il futuro del lavoro Domenico De Masi pagine 280 e 281

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Un sofferto viaggio nel disagio globale

Un sofferto viaggio nel disagio globale


Lavvio del Terzo Millennio è caratterizzato da un confuso progetto di mondializzazione, rappresentato e presentato da un percorso mediatico molto spesso deviato ed incapace di trasmettere i valori alla base della vita di ciascuno e necessari ad un vivere dinsieme basato sulla centralità delluomo, come soggetto pensante e come espressione di valori che rappresentano la forza per un cammino di rispetto reciproco, di dialogo e di pace dellumanità nel confronto delle differenze.

E questa la via della civiltà globale; deviarla è fortemente rischioso con la conseguenza di un possibili imbarbarimento tra le diversità umane che affollano il pianeta della Terra.

continua

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Recensione libri: enakapata

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qui la recensione

Cosa ha spinto un uomo napoletano, un sociologo a lasciare per un mese il suo lavoro, le sue abitudini i suoi affetti più cari per trasferirsi in Giappone ad intervistare, a scoprire, ad annusare condividere e integrarsi in un mondo completamente diverso dal suo?


La soluzione, a questa domanda, in questo libro Enakapata, scritto da Vincenzo e Luca Moretti, padre e figlio Già ma cosa vuol dire enakapata e perché? Enakapata è un verso nippo napoletano inventato dagli autori, che vuol dire è una capocciata, una cosa da urlo, uno sballo qualcosa di diverso dall’ordinario, qualcosa che ti fa capire quello che avevi sotto il naso ma non avevi mai riflettuto.


Ne esce fuori un diario, il racconto di una vita, un grido di dolore, un grido di conforto e di smarrimento e di ritrovamento, quasi un urlo di speranza verso il futuro.


Ho intravisto un doppio livello di lettura in questo libro: il primo come fanno gli scienziati a scoprire l’imponderabile, il secondo livello è solo vivendo intensamente che possiamo realizzarci

Il professore Vincenzo Moretti ci rassicura e ci tranquillizza Tutto funziona per genio e per caso.

L’importante è capire, dare un senso ad un insieme di flussi che ci travolgono, ci invadono ci sfiorano, ci arricchiscono.

Un po come vivere in un ambiente straniero ostile e completamente diverso dal nostro e dare un senso a ciò.


Il libro ci indica due vie la prima razionale la seconda ancora da studiare: imparare linglese e scoprire che non di grandissima utilità per la vita quotidiana giapponese, la seconda aiutarsi con il genius napoletano, il tutto condito con un metodo di lavoro straordinario: 17 ore filate di lavoro come un vero giapponese.

Tutto ciò si scopre leggendo Enakapata, storie di strada e di scienza da Secondigliano a Tokyo.

Alla fine del libro due domande:

la prima: che tipo di diario poteva scrivere un ipotetico scienziato giapponese in missione in un centro di ricerca napoletano.

La seconda: Paghiamo per dieci anni una ventina di alte teste giapponesi pensanti e mettiamoli al servizio della ricerca italiana ne uscirà qualcosa di diverso oppure no?


Maggiori informarzioni

 

 


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Internet ci fa vivere altrove

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Probabilmente Dalton Conley

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verrà ricordato come il sociologo che ha trovato la risposta alla domanda più famosa da cinque secoli a questa parte. «Essere o non essere?»: «Essere è non esserci», 200px-Parmenides

replica questo professore di Sociologia alla New York University, ma anche di Community medicine al Mount Sinai e ricercatore al National Bureau of Economic Research americano. Certo a questa replica si poteva arrivare soltanto ai nostri tempi. Tempi di quinta dimensione: l’Altrove. Oltre il non-luogo, l’Altrove di Conley è un multi-luogo dove l’homo tecnologicus è dotato dell’ubiquità digitale e maneggia al contempo Blackberry, laptop e ipod mentre porta a spasso il cane facendo jogging e salutando amici di passaggio, raccontando al contempo al suo compagno di corsa che strepitosa giornata multitasking lo attende. È così che riusciamo ad essere dappertutto e da nessuna parte.

Poco più che quarantenne, collaboratore assiduo del New York Times e perfetto conoscitore della lingua italiana, Conley ha appena pubblicato negli Stati Uniti il suo ennesimo saggio, dal titolo Elsewhere, USA (Pantheon Books). Partendo dal presupposto che l’America è la madre di tutte le tendenze, identifica nellamericano e preconizza per il mondo una nuova generazione di condannati all’Altrove, sempre connessi ma ormai disconnessi da sé. Gli abbiamo chiesto di spiegarci chi siamo diventati.

Professore, come possiamo riconoscerci in mezzo a una folla?
«Siamo quelli che si muovono continuamente stando fermi. Che cambiano partner appena hanno un figlio, però magari sperano di mantenere lo stesso lavoro per sempre. Persone scisse nella miriade di mondi multipli in cui navighiamo, fatti di flussi di dati, impulsi, desideri e persino, a volte, coscienza del reale. Non siamo più individui, ma “intravidui”. Non facciamo mai meno di due cose per volta».

Ma questo Altrove in cui ci troveremmo esiste o è una metafora?
«È del tutto reale. Veniamo spinti senza sosta in molte direzioni allo stesso tempo. Mentre siamo in ufficio, possiamo connetterci con gli amici e la famiglia. Quando siamo a casa coi bambini non sappiamo dire di no a qualche ora di lavoro extra: apriamo le email, rispondiamo al telefono, controlliamo l’andamento della Borsa».

Fin qui niente di male, se restiamo nei limiti…
«C’è di più, però. Si è fatta strada la nozione che queste sfere, una volta separate, siano ormai compenetrate una nell’altra. Casa/ufficio, lavoro/piacere, pubblico/privato, persino sé/altro da sé: tutto è sempre più confuso, indistinguibile».

A tutte le età?
«Diciamo che se è meraviglioso che la nonna possa parlare ai nipotini con Skype e che i nativi digitali – la cosiddetta “Generazione Y” – navighi già a tre anni, la gente della mia età è la vera “Generazione Altrove”: cresciuti nel vecchio mondo pre-internet ma coatti della rete “24/7”, con un conflitto interiore continuo. L’Altrove colpisce anche per classi sociali: ai “colletti bianchi” a orario flessibile è stato sottratto ogni strumento di lavoro tangibile, per loro tutto è virtuale. Inoltre vivono Altrove più i cittadini dei campagnoli, più i genitori di chi è senza figli, poiché devono equilibrare il tempo per il lavoro e quello per la famiglia».

Di chi è la colpa di questa alienazione totale?
«Ci piace pensare che sia delle nuove tecnologie».

E invece?
«Ci sono forze invisibili, ma egualmente responsabili. La prima è lo squilibrio economico che è andato crescendo dagli anni ’70 a oggi ha creato ansia, anche nei ricchi, sia che l’economia vada bene, sia che vada male. La seconda è l’entrata massiccia delle donne nel mondo del lavoro, in particolare delle madri, che fanno della casa un lavoro e del lavoro una casa. E poi vorrebbero delegare tutto ciò che è domestico alla società invece di farselo pagare come sarebbe giusto».

Secondo lei l’“Altrove” sfascia le famiglie ed è responsabile anche di quella che nel saggio chiama “poligamia dinamica”, ovvero la necessità insopprimibile di cambiare partner di continuo. La copertina del suo libro poi parla chiaro: nella famiglia tradizionale riunita a cena ciascuno ha il suo computer portatile al posto del piatto.
«I legami familiari si sono senza dubbio indeboliti. Tuttavia non è concesso essere troppo severi nel giudizio su questo punto: per alcuni i nuovi legami tecno-mediati, di tipo virtuale e non geografico, sono alquanto soddisfacenti».

Quali sono le principali patologie e nevrosi che rischiamo di sviluppare se non ci fermiamo a pensare a quello che sta accadendo?
«La frammentazione del sé in molti sé di pari importanza. La dipendenza da comunicazione costante. L’incapacità di rimanere disconnessi. Stress. Ansia. E la perdita totale di intimità».

Conosce qualche antidoto per tornare in un unico “Dove”?
«Nessuno. Riportare indietro l’orologio è impossibile. Meglio cercare insieme nuove norme di convivenza etica e sociale per navigare in questo nuovo mondo».

Il suo libro è già considerato una guida imprescindibile per questo nuovo mondo. Ci può dire quali sono le regole di base per riconquistare la consapevolezza del nostro valore aggiunto individuale?
«Imparare come legarsi e mescolarsi e come legare e mescolare le cose. Il multitasking non va negato, ma gestito. Non bisogna aggrapparsi al vecchio standard di vita anni Cinquanta, pre-rivoluzione tecnologica. Ma se non ci si riesce, allora esiste un solo modo per sopravvivere: il drop out dall’Altrove. Vendete tutto, trasferitevi in campagna e sporcatevi le mani costruendo la vostra nuova casa».


Maggiori informazioni qui e qui

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libri segnalati

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Segnalazioni culturali

Vorrei segnalare il libro

Cilentanità. La ricerca dellidentità cilentana nelle storie e racconti di vita vissuta

Di Pasquale Martucci dellEdizione Arci Postiglione

Questo libro è la ricerca della cilentanità, attraverso le storie di vita narrate da uomini e donne. Uomini e donne che una un forte senso di comunità

Comunità segnate dall’appartenenza alla cultura popolare, alla vita della gente semplice che ha lavorato e vissuto cercando e rinsaldando i legami familiari, parentali ed amicali. Comunità che dalla sofferenza hanno tratto motivo di solidità: si sono affermate dando spazio a uomini e donne che hanno sempre rispettato la loro comune appartenenza.

Nel territorio cilentano queste comunità si caratterizzano per una forte identità territoriale che alcuni chiamano cilentanità.


Alcuni protagonisti di questo volume parlano rapportandosi al contesto, altri si rivolgono ai temi di una cultura materiale. Infine, c’è chi si sofferma sulle forme di un linguaggio fatto di cose dette e non dette, palesate o solo accennate, di gesti e di espressioni caratteristici di questa terra.

La pubblicazione è suddivisa in due parti: la prima indaga sul termine cilentanità, sul suo rapporto con il territorio e i legami comunitari, sugli esempi che tengono unite le vite dei cilentani; la seconda, che vede l’autore in continuo dialogo con i protagonisti, si sofferma sulla vita contadina, sui ruoli e i rapporti sociali, sulle espressioni e i comportamenti delle persone che vivono in questo territorio.

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